Karibu Tanzania!

È passato quasi un anno dalla mia esperienza in Tanzania ma ogni volta che ci ripenso sento ancora nel cuore il calore delle persone che ho incontrato. Sono state due settimane brevi ma ricche di emozioni, sorrisi e tantissima gioia.

La mattina si iniziava presto andando a scuola dove si trascorrevano cica quattro ore.. E ricordo gli occhioni neri di questi bambini che mi corrono incontro e mi dicono “good morning teacher, I love you Teacher”..la scuola non disponeva di molto materiale didattico per cui anche solo portando dei colori e dei fogli per disegnare si faceva felici insegnante e bambini.. Era un’unica classe con circa quaranta bambini tra i tre e i sette anni. Le lezioni si alternavano tra gli insegnamenti delle maestre locali e noi volontari per la parte di inglese. Eravamo assolutamente libere di gestire la lezione come meglio ci piaceva. I bambini erano davvero bravi e felici di imparare.IMG_1833

E poi si organizzava sempre un’oretta di giochi all’aria aperta o di canti. Ogni piccolo gesto fatto per loro veniva ricompensato da sorrisi e baci che riempiono il cuore di emozione.. Ma emozioni vere.. Nel pomeriggio invece si accoglievano nel centro dove stavamo noi volontari tutti i bambini delle scuole circostanti (circa una decina di scuole) e li si faceva giocare tutti insieme. Una parte dei volontari invece preparava le lezioni di inglese per i ragazzi più grandi. Un’altra sfida! I ragazzi che partecipavano alle lezioni pomeridiane erano ragazzi del liceo o adulti, per cui una base di inglese ce l’avevano e si insegnava a loro quindi un inglese di livello più avanzato, oppure si organizzavano discussioni e dibattiti.

E poi arrivava la sera.. la doccia fatta all’africana, la cena preparata insieme e consumata sotto il porticato.. E l’atmosfera che si era creata nel gruppo dei volontari era veramente unica.. Volontari europei e tanzaniani.. Un vero incontro e scambio culturale.. Tante sere passate insieme sotto quel cielo stellato dell’Africa a ridere, giocare, cantare e a confrontarsi sui diversi stili di vita..

E poi i giorni liberi, organizzati con gli altri volontari tra safari e spiagge, paesaggi mozzafiato..

Un’avventura unica, che rimane impressa nella memoria.. Che mi ha aperto mente e cuore.. E Che mi ha insegnato l’importanza delle piccole cose.. un’avventura che consiglio a tutti!

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My baby don’t care for cars and races

Al mio piccolo non interessano nè corse nè automobili, cantava Nina Simone in una delle sue canzoni di maggior successo.  Sette giovani volontari provenienti da Messico, Russia, 1209001_10200626006951908_270730346_nSerbia, Giappone e Bologna ne hanno fatto il proprio motto durante la loro esperienza di volontariato a Frattamaggiore (NA), dove hanno supportato l’organizzazione della “Settimana della Mobilità Sostenibile”.

Il workcamp “My baby don’t care for cars and races” ha visto anche la partecipazione di 20 volontari locali, che assieme ai loro coetanei stranieri, hanno realizzato una campagna di sensibilizzazione fuori le scuole medie e superiori della città, per promuovere modalità alternative di  spostamento in città e invitare  ragazzi e genitori  a lasciare l’auto e muoversi a piedi e in bici.

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       I volontari  si sono poi riscoperti reporter, girando per la città per fotografare le barriere che ostacolano una fruizione sicura e piacevole delle strade e dei marciapiedi a ciclisti e pedoni.

Una vera full immersion per i ragazzi stranieri, che per qualche giorno sono anche stati ospitati da famiglie di Frattamaggiore per conoscerne e apprezzare usi e costumi (tutti hanno adorato il pranzo domenicale in famiglia!)

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Pieni di entusiasmo per l’accoglienza ricevuta e la curiosità suscitata in città dalle loro iniziative, i volontari hanno organizzato e promosso un’assemblea pubblica cui hanno preso parte amministratori, insegnanti, vigili urbani e semplici cittadini, per una discussione “dal basso” sui problemi della viabilità urbana.

I risultati dell’assemblea, assieme al reportage fotografico, hanno dato vita ad una petizione e una raccolta firme, per stimolare e “costringere” l’amministrazione comunale ad affrontare il problema della viabilità in città.  

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La testimonianza di Tiziana, volontaria in Francia

Le prime 2-3 settimane erano abbastanza frustranti poichè non sapevo una parola di francese e quindi non potevo comunicare con i bambini con cui lavoravo. Un paio dei miei colleghi parlavano inglese quindi loro traducevano per me. Ho avuto la fortuna di avere dei colleghi e un progetto favoloso, non posso per niente lamentarmi.
Dopo un mese ho notato che cominciavo a capire la maggior parte di un discorso semplice e potevo fare delle piccole conversazioni. Non ho mai lavorato con bambini prima quindi certe volte non è stato facile soprattutto a causa della lingua. Ho fatto la prima parte di un BAFA, certificato di animazione, ma credo che queste cose non insegnano veramente a lavorare con bambini. E’ piuttosto l’esperienza che insegna, e ci vuole amore e tanta tanta pazienza perché certamente i bambini non hanno la stessa mentalità di un adulto e talvolta c’è bisogno di ricordarselo. Mi ha decisamente aiutato come esperienza e ho conosciuto molte persone stupende, amo Parigi e l’ambiente cosi’ diverso e internazionale, quindi ci sono ritornata. Mi piacerebbe stabilirmi qui un giorno, credo di avere trovato la città che fa per me🙂

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Racconto – La Seyne Sur Mer

Alle volte vengono davvero delle strane idee. Lavorare per riposarsi! E non che non si faccia niente durante l’anno ma….
Insomma prendemmo la decisione che quest’anno le vacanze le avremmo trascorse in un campo di lavoro.
Detta così suona male ma dove è possibile incontrare gente da tutto il mondo, sperimentarne, in qualche modo, la cultura e divertirsi facendo quello che mai avresti pensato di fare? Un campo di lavoro per l’appunto.

Beh, se volessimo essere proprio onesti dovremmo  dire di lavoro e mangiare. Eh si perché, come scoprimmo presto, il mangiare era un’attività fondamentale del campo. Per prima cosa si organizzarono dei turni in cucina. Ogni giorno due di noi sarebbero stati assegnati a cucinare per tutti, dalla colazione alla cena, spesa inclusa. A me toccò quasi subito rompere il ghiaccio. Dopo un paio di giorni ero di turno e per cena decisi di fare la cosa più italiana che c’è, la pasta. Il problema è che cucinare per per una quindicina di persone non è esattamente la stessa cosa di cucinare per un paio. Butti la pasta e l’acqua si raffredda e non bolle più e il sugo, nel frattempo, si è talmente ristretto da assomigliare più a colla per parati che a qualcosa che si mangi. La pasta francese, poi, passa nel giro di 20 secondi dall’essere completamente cruda all’essere irrimediabilmente scotta. Sono ormai una zuppa di sudore e sto già pensando a qualche scusa quando arriva Annamaria. Da subito ordini precisi e la rissa scatta in un momento ma alla fine la pasta è salva. Non un gran che ma quando il giorno dopo vedo Benoit, uno dei francesi, condire un piatto di pasta stracotta con maionese, ketchup e prosciutto cotto a fette capisco che mi sono salvato alla grande. La fame da lavoro avrebbe fatto il resto.
Qualche giorno dopo è il turno di Lisa, dall’Ucraina. Prepara uno zuppone ricco e saporito, talmente saporito che ne faccio il bis entusiasta. E’ così che comincio a chiedergli la ricetta e scopro, con terrore, che ha usato, fra l’altro, la famigerata barbabietola o rapa viola contro la quale sono stato più volte tentato di avviare una raccolta di firme per promuoverne l’estinzione. Sono spacciato ma è troppo tardi. Ne ho mangiato già due piatti e mi sono da poco proposto per il terzo. E che dire di Enseul, dalla Core del Sud. Non lava i piatti, li benedice aspergendoli velocemente con un filo d’acqua e piazzando a ripetizione nuovi record di velocità.
Ma torniamo al sodo e cioè al lavoro. Il compito che ci attendeva era gravoso, specialmente per quello che sarebbe stata la nostra guida sul campo, Tierry, un quasi lupo di mare a metà strada tra capitan findus e Gino Strada. Riuscire a fare in modo che un manipolo di ragazzi, pochi dei quali erano in grado di distinguere un martello da una sega elettrica, ricostruisse, ritinteggiasse e decorasse un gazebo in tubolari di ferro coperto da stuoie.  Io presi la questione di petto e mi diedi a scartavetrare la vecchia vernice con lo stesso entusiasmo con il quale avrei affrontato un piatto di gnocchi fumanti. La mia natura borghese, purtroppo, mi si manifestò sotto forma di due enormi vesciche alle mani in meno di mezzora. L’esperienza nel suo complesso, però, fu davvero esaltante. Tra una vescica e un po di mal di schiena il manipolo di ragazzi riuscì a finire l’opera. Dopo due settimane portammo a termine quello che due operai avrebbero fatto in due giorni ma, perbacco, il gazebo era la, lucido quasi brillante con le sue nuove stuoie e, addirittura, un piccolo muretto di contenimento in legno con annessa vasiera. L’ultimo giorno, a lavori ultimati, ci fu pure l’inaugurazione ufficiale con tanto di sindaco e assessori. Data l’entità del miracolo mancava solo il prete ma la Francia non è l’Italia.

Ovviamente avevamo anche del tempo libero e la spiaggia, quasi tutta libera, era a soli 100 metri. Sarebbe stato già bello così. Il team leader, un vulcanico ragazzino tedesco di nome Benjamin, aveva, però, delle sorprese per noi. Nessuno se l’aspettava e quindi fu tutto ancora più bello. Dopo un paio di giorni ci organizzò un’escursione in kajak, ripetuta altre due volte, poi gita di un giorno su di un’isola riserva naturale, pomeriggio in un parco divertimenti ad arrampicarsi sugli alberi, escursione notturna in un paese nelle vicinanze e chi più ne ha più ne metta.  Il tutto inframezzato da bagni di mezzanotte, partite a bocce, incontri ravvicinati di vario tipo e il remake, a biliardino, della mitica partita Italia – Germania (purtroppo, questa volta, con sconfitta anche se onorevole dell’Italia da me impunemente rappresentata).  Insomma arrivammo quasi ad augurarci che non ci fossero altre sorprese e ci lasciassero ad un po di sano relax sulla vicinissima spiaggia.

Fu così che il tempo passo in un batter di ciglia. Sembrava ieri che eravamo arrivati ed era già tempo di ripartire. Rimane però indelebile il ricordo di una esperienza straordinaria e una promessa. L’anno prossimo ne proveremo un altro!

Andrea Maccarone